XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

 

 

 

 

Chiamò a sé i suoi e prese a mandarli.

 


Gesù sceglie i dodici apostoli perché stessero con lui e per mandarli ad annunciare il regno di Dio, la conversione, la salvezza che Gesù opera.

 

Li manda "due a due": qui c'è il grande valore dell'unità dei cuori. Non si va come battitori solitari, ma nell'esperienza della fraternità, della comunione, della fatica e bellezza dell'unità nella diversità. E in mezzo ai due c'è Lui, Gesù, il Signore: Dove due o tre sono nel mio nome, Io sono in mezzo a loro. Il primo annuncio è fatto non con le parole, ma con l'amore fraterno. "Guardate come si amano!". Un secondo elemento è la essenzialità della vita e dei mezzi (un bastone, i sandali, una tunica).

 

Il vangelo lo si annuncia contando prima sulla potenza di Dio e non tanto sulle cose umane e strumentali. Terzo fatto: dimorare con le persone, condividendo la loro vita. Quarto li manda a proclamare la conversione, a guarire i malati, a scacciare i demoni.

 

Quella che è la missione degli apostoli diventa la missione della Chiesa, cioè dei cristiani, di ogni battezzato e cresimato, di ognuno che ha ricevuto la grazia del Signore, la luce del vangelo, la fede cristiana.

 

Abbiamo bisogno di fare nostri i continui inviti del papa ad essere evangelizzatori, missionari, portatori della gioia e della luce del vangelo nel nostro tempo e alle persone con le quali ci troviamo; a essere "Chiesa in uscita" verso il mondo, verso i poveri, verso le "periferie esistenziali" come le chiama lui. Ogni giorno ci aiuta e ci richiama a questo e soprattutto ha dedicato il suo documento programmatico "Evangelii gaudium, la gioia del vangelo", proprio a questa missione evangelizzatrice. Stiamo studiando questo documento, come parrocchia, sentiamo che è bello, importante, necessario, metterci in questo cammino di vero rinnovamento della vita cristiana, che è vero amore al mondo di oggi, con tutti i suoi problemi e le sfide che ci chiama ad affrontare.

 

Forse ancora oggi c’è la convinzione che per essere cristiani basti andare in chiesa. Certamente la vita cristiana ha il suo culmine, la fonte, il centro nell'Eucarestia; ma a quello ci si arriva se c'è l'evangelizzazione, la conversione, la scoperta dell'amore infinito e misericordioso di Dio. Per fare questo oggi deve nascere la consapevolezza che si è cristiani quando si esce di chiesa e si va ai fratelli, al prossimo, alla società, al mondo.

 

Qualcuno può dire: "ma ci sono gli altri: i preti, i catechisti, i bravi cristiani, capaci di testimoniare. Io non mi sento, non sono capace. Chi sono io per andare come evangelizzatore verso gli altri?"

 

La risposta oggi l'abbiamo nella testimonianza umile, ma decisa del profeta Amos "Io non ero profeta, ma un mandriano e un coltivatore di sicomori, ma il Signore mi prese, mi chiamò e i disse: Và, profetizza al mio popolo".

 

Ma soprattutto abbiamo il grande testo dell'inizio della lettera di Paolo agli Efesini. Proviamo a rileggerlo con calma.

 

Con tutti questi doni di Dio non possiamo affermare di non essere capaci, di non essere chiamati, di non avere la grazia, l'onore, la vocazione per essere annunciatori dell'infinito amore di Dio.

 

Si tratta di cominciare ogni giorno e di lasciarci amare, trasformare, mandare. Questa, sentiamo, è la vita cristiana. Dio non sceglie i capaci, ma rende capaci chi sceglie.